HOME www.vossia.org

PROGETTO

Seminari formativi di Community Development sul territorio.
© 2003 www.vossia.org concesso licenza GPLPL


Organizzazione di n° __ seminari di Community Development  sul territorio del partnerariato,  atti a incentivare tra la popolazione il bisogno di formazione a una mentalità cooperativa, vista come mezzo per affrontare le sfide dello sviluppo socio-economico del mondo rurale nell'era della globalzzazione.

Le tematiche che saranno sviluppate nei seminari, daranno formazione di base su i seguenti argomenti:
lo scambio di esperienze,
il trasferimento di know-how,
la cooperazione,
la creazione di reti,

visti come bagaglio culturale minimo per innescare un processo di sviluppo sociale.




DESCRIZIONE DEL PROGETTO

1.ANALISI E OBBIETTIVI
2.ORIENTAMENTI DELL'UNIONE EUROPEA IN MATERIA DI SVILUPPO RURALE
3.COSTO DI UN SEMINARIO


1.ANALISI E OBBIETIVI

Secondo le politiche dell'Unione Europea lo sviluppo rurale è una tematica di fondamentale importanza che richiede sperimentazione e ricerca di soluzioni innovative (vedi sez. 2.).

Questo progetto tende a percorrere i primi passi verso l'implementazione nelle nostre comunità di programmi di Community Developpement strutturati in maniera adeguata.
 
Promuovendo un approccio integrato ed ascendente alla compartecipazione per una migliore gestione delle politiche pubbliche, il Community Developpement spinge fortemente a riconsiderare le forze attive presenti sul territorio.

In Community Developpement le idee progettuali di ognuno , se ben strutturate, possono diventare un tassello di un progetto più grande.

In una società operano diversi attori.
Questi possono diventare partner potenziali; si possono distinguere in tre categorie:
> gli individui o le associazioni di persone, con preoccupazioni prevalentemente
incentrate sulle problematiche relative alla società, l’occupazione e la qualità della vita;

> le imprese private e il settore finanziario, per i quali lo sviluppo e la redditività delle attività commerciali, nonché l’adeguamento ai mercati dell’economia locale, rappresentano la fondamentale preoccupazione;

> gli enti pubblici regionali, nazionali ed europei, che incentrano il proprio intervento sulla politica regionale, l’occupazione, il “patrimonio” (ambientale, economico, sociale, culturale) del territorio, l’accoglienza di nuovi residenti, la ricerca di coerenza tra le politiche settoriali e territoriali.

La collaborazione  tra diversi attori porta alla formulazione e alla messa in campo di progetti innovativi perchè nascono da esigenze in diversi ambiti sociali del territorio.

È opportuno evidenziare il nesso tra formazione e territorio in quanto esso si rivela l'elemento più innovativo delle azioni che possono essere individuate nella varietà dei programmi di community developpement.
In effetti, nella sua familiarità e prossimità, il territorio rappresenta il luogo ed il vettore dell'inserimento:

inserimento delle persone (ad esempio le "Scuolelaboratorio" spagnole incentrate sui mestieri tradizionali locali o le formazioni legate alla valorizzazione dell'ambiente locale);
inserimento del progetto globale (community developpement) nella cultura e nei modi di pensare locali;
inserimento dei progetti di investimento in risorse locali specifiche, in particolare le risorse in termini di knowhow, identità, cultura.

In questi diversi campi, la formazione favorisce la nascita dei progetti, ne garantisce un'efficace attuazione e permette alla collettività di appropriarsi dei risultati ottenuti. Ciò è vero soltanto se con il termine "formazione" si intende un percorso, sia individuale che collettivo, fondato non su moduli formativi preesistenti ma su una partecipazione attiva dei beneficiari alle diverse fasi (elaborazione, attuazione, valutazione, diffusione dei risultati) del percorso formativo.

Molto resta da fare per convincere la comunità della necessaria preminenza degli investimenti immateriali, anche all'epoca della società dell'informazione. L'esempio di alcuni "territori in formazione" e del loro potere dimostrativo ascendente è incoraggiante: la ritrovata vitalità di queste aree rurali, ritornate ad essere zone di innovazione e di attività, si fonda su nuovi percorsi di formazione (in particolare la "formazionesviluppo" che riguarda, in un dato territorio, l'intera popolazione), sull'apparizione di nuovi mestieri rurali che godono della necessaria credibilità professionale, su una concezione solidale dello sviluppo (le persone in difficoltà vengono percepite come potenziali risorse del territorio) e soprattutto, forse, su una forma di intelligenza a più persone (logica Opensource), che permette di fornire risposte collettive alle mutazioni in atto nel mondo.

Per mobilitare le risorse, far nascere progetti, ecc. i gruppi LEADER (misura di politica socio economica dell'Unione Europea basata sul Community Developpemet) hanno dovuto sensibilizzare i responsabili locali ed i principali operatori economici della zona e formare degli "animatori dello sviluppo".

In Spagna, il gruppo Sierra de BéjarFrancia (CastigliaLeón) ha organizzato tra il 1993 e il 1994 un ciclo di incontri e conferenze destinati ai responsabili locali ed incentrati sullo sviluppo della zona.
In Italia, il gruppo Basilicata SudOccidentale (Basilicata) ha formato 15 agenti di sviluppo selezionati tra i giovani diplomati della regione.
(La formazione al servizio dello sviluppo locale  Tipo di documento: articolo Parole chiave: Formazione Fonte: LEADER magazine n°10  Data di pubblicazione: inverno 1995 – 96)

2. ORIENTAMENTI DELL'UNIONE EUROPEA IN MATERIA DI SVILUPPO RURALE
Le zone rurali europee sono estremamente diverse tra loro, sia per quanto
riguarda la varietà dei contesti (ambientale, economico, sociale, culturale,
politico, istituzionale), sia rispetto alle potenzialità evolutive.

A grandi linee, le caratteristiche delle zone rurali abbinano alcuni dei seguenti
fenomeni:
> densità demografica relativamente bassa, invecchiamento della popolazione, struttura demografica non equilibrata, esodo dei giovani più qualificati, ecc.;
> importanza più o meno rilevante del settore agricolo, declino dell’occupazione e dell’attività agricola, pressioni sul settore fondiario in funzione della vicinanza alle zone urbane, minacce ambientali più o meno accentuate, ecc.;
> livelli di ricchezza eterogenei, aumento del numero di persone in situazione precaria, maggiore isolamento dovuto alla scomparsa di taluni servizi alle imprese e alle persone, ecc.

Sino agli anni ‘80, le impostazioni in materia di sviluppo rurale erano essenzialmente
fondate su una concezione settoriale degli aiuti, con l’applicazione di approcci “discendenti” (ossia basati sul principio del “top-down”, promossi “dall’alto”) e il semplice finanziamento di “beneficiari”, piuttosto che su azioni volte ad incentivare gli operatori locali, i “promotori di progetto”, ad acquisire le competenze necessarie per diventare “operatori-fautori” del futuro del territorio.

La EU riconsiderando i fondamenti e gli obiettivi di queste politiche è passata da una logica incentrata sulla crescita ad una logica di sviluppo locale sostenibile, considerando la dimensione ambientale, economica, sociale e culturale dei territori rurali. Questa nuova concezione dello sviluppo rurale ha portato all’introduzione di impostazioni innovative (che si basano sui presupposti teorici del Community Developpement).

La Commissione Europea constatava in generale un calo di vitalità più o meno accentuato nei territori rurali, nonché l’esistenza di problemi di isolamento, declino demografico e livelli di reddito generalmente inferiori a quelli delle aree urbane.

Operava una distinzione tra tre tipologie di zone con prospettive di sviluppo diverse:
> le regioni rurali situate in prossimità di grandi agglomerati urbani con forti
pressioni nel settore immobiliare e fondiario, dove l’agricoltura è stata nettamente
modernizzata a scapito dell’ambiente (inquinamento, degrado dei
paesaggi, distruzione delle aree naturali);
> le regioni in fase di “declino rurale” dove si osserva un continuo esodo,
nonché l’invecchiamento della popolazione (e, di conseguenza, il degrado
dei servizi) e dove l’agricoltura continua ad incidere in modo sostanziale,
nonostante gli svantaggi naturali e strutturali (piccole aziende agricole
scarsamente redditizie, abbandono dell’attività agricola);
> le zone particolarmente marginalizzate (come nel caso di numerose zone
montane e insulari) in cui il declino rurale e lo spopolamento sono fenomeni
ancora più accentuati, dove vi sono ridotte possibilità di diversificazione
e dove lo sviluppo di base (infrastrutture) che consente una tale
diversificazione si rivela particolarmente oneroso.

Dal 1988 la Commissione europea attua una politica di coesione economica
e sociale cosiddetta “integrata”, ossia volta ad utilizzare in modo complementare
i “Fondi strutturali” europei rappresentati dal FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale), maggiormente incentrato sulle infrastrutture e lo sviluppo economico;
dal FSE (Fondo sociale europeo) che promuove politiche attive per la valorizzazione delle risorse umane;
dal FEAOG (Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia), imperniato in modo più specifico sull’ammodernamento dell’agricoltura, l’organizzazione dei mercati agricoli e la promozione delle attività rurali.

Questa politica tende a ridurre progressivamente le disparità socioeconomiche
tra le regioni d’Europa. I divari e le disparità di sviluppo, infatti, sono
particolarmente sostanziali: nel 1997 (dopo dieci anni di applicazione dei
Fondi strutturali), i PIL regionali pro capite nell’Unione europea erano ancora
compresi tra il 195% della media comunitaria nel Land di Amburgo (Germania)
e il 43% in Epiro (Grecia). Questi dati, tuttavia, non evidenziano le disparità
all’interno di una stessa regione tra le aree urbane e le zone rurali; queste
ultime hanno redditi inferiori alla media delle regioni e degli Stati cui
appartengono.

Già dal 1992 la Politica Agricola Comunitaria opera un riequilibrio delle politiche di mercato e potenzia le misure sociali e ambientali;
> si prevede che l’agricoltura fornisca una maggiore occupazione. La necessità di nuovi posti di lavoro correlati al settore agricolo si fa sentire:
la trasformazione in loco dei prodotti, l’individuazione di nuove funzioni
per l’agricoltura e la creazione di attività in settori non agricoli contribuiscono a questo sforzo;
> i consumatori tendono ad orientarsi maggiormente verso prodotti differenziati e di alta qualità, a cercare un ambiente e un quadro di vita più protetti e valorizzati;
> contemporaneamente, la popolazione locale prende coscienza del valore delle risorse, del know-how, del patrimonio e della qualità di vita dei territori rurali.
Il miglioramento del quadro di vita, mediante l’introduzione di servizi adeguati, consente inoltre di garantire un reddito a quanti intendono rimanere in queste zone e, in un numero crescente di territori rurali, a quanti hanno intenzione di trasferirvisi.
La diversità dei territori e dei paesaggi, la ricchezza delle identità locali
e la qualità di un ambiente naturale tutelato vengono annoverati tra i principali
punti di forza di un “modello agricolo e rurale europeo”
Iniziative basate sull Community Developpement rappresentano uno strumento privilegiato per sperimentare le nuove opportunità offerte al mondo rurale.

Gli anni ‘80 hanno evidenziato i limiti degli approcci “tradizionali” in materia di sviluppo, approcci fondati su politiche essenzialmente “promosse dall’alto”.
Le difficoltà per applicare in modo uniforme questo modello nelle zone rurali più fragili hanno portato all’introduzione di politiche di assistenza che, in sé, non permettevano di individuare soluzioni durature e dovevano essere necessariamente integrate da altre misure. L’approccio “territoriale”, che si fonda sul coinvolgimento della popolazione e la valorizzazione delle risorse locali, appare progressivamente come una nuova via per creare attività e occupazione nei territori rurali.
La Comunità europea ha svolto un ruolo trainante nel favorire una presa di coscienza sul valore di questo nuovo approccio attuando molteplici forme di sperimentazione.
Le Iniziative, infatti, comunitarie, presentano una triplice caratteristica:
> vertono su tematiche di interesse comunitario che riguardano la maggiorparte degli Stati membri;
> svolgono una funzione di sperimentazione in quanto sono incentrate su ambiti che richiedono nuove soluzioni;
> la sperimentazione promossa nel quadro di tali Iniziative implica necessariamente lo scambio di esperienze, il trasferimento di know-how, la cooperazione e la creazione di reti.
Gradualmente è emerso che lo sviluppo rurale è una tematica fondamentale
che richiede sperimentazione e ricerca di soluzioni innovative.

L'approccio Leader, che si basa sul Community Developpement, ha dei punti fermi, il resto nasce dalle indagini sulla/della popolazione nel territorio:
1)organizzazione di una partnership locale che si avvale di una ristretta équipe tecnica permanente, incaricata di definire (con la partecipazione effettiva dei soggetti locali) ed attuare un piano d’azione;

2)elaborazione e messa in opera, in un determinato numero di territori rurali,
di un “piano d’azione locale” che definisce varie linee di intervento per
azioni di sviluppo;
3)multisettorialità e ricerca sistematica di collegamenti tra le azioni nel
quadro di una strategia globale integrata;
4)cofinanziamento di questi piani d’azione ad opera della Commissione europea, degli Stati membri e/o delle Regioni mediante l’erogazione di una dotazione finanziaria globale e non varie linee di bilancio settoriali (autonomia);
5)organizzazione in rete dei territori interessati.

Stabilite le linee guida i gruppi di azione locale hanno un grande margine di flessibilità.
Questa flessibilità ha permesso di individuare molteplici soluzioni:
valorizzazionedelle identità territoriali,
creazione di strutture di partnership e di gestione locale,
elaborazione di adeguati metodi di animazione, definizione dei bandi e selezione dei progetti, ecc.
In tale ambito vengono intraprese attività collettive e multisettoriali, le risorse inutilizzate vengono valorizzate e sono state promosse o consolidate  varie forme di organizzazione locale.
Le politiche “tradizionali” tendevano piuttosto alla segmentazione (settoriale,
geografica, per servizi, per categoria di pubblico) degli interventi. Favorendo
la concertazione tra amministrazioni, autorità locali, settore privato e mondo
associativo all’interno del gruppo di azione locale, LEADER ha tentato di
invertire queste tendenze e di favorire l’instaurazione di contatti e collegamenti
tra settori di attività, operatori e territori.
Il metodo LEADER si rivela ancora più efficace quando queste forme di
riavvicinamento e collegamento operano nel modo più complementare
possibile.
Si noti, per inciso, che il numero di posti di lavoro creati nell’ambito di LEADER I è stato valutato a 25 000 unità e che per quanto riguarda LEADER II è stata ipotizzata una stima di 100 000 nuovi impieghi creati.

3.Costo di un seminario € 2.300